Lettera dal dischetto

E alla fine sei andato via…

Mi hai lasciato così, all’improvviso, in punta di piedi come mi avevi sempre abituato. Un giocatore modello, sempre determinante in campo ma soprattutto fuori.

Un esempio per i più giovani, in questa società sempre più vittima dell’apparenza e dell’egocentrismo.

Amato da tutti, lasci un vuoto enorme in mezzo al prato verde, dove passeggiavi serenamente mentre dieci isterici correvano tutt’intorno a te.

Mi hai lasciato solo Mario e senza te nulla sarà come prima.

Per sempre tuo… dischetto del rigore.

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Di seguito altri illustri colleghi del SuperMario bresciano:

 

Nicklas Bendtner

 

Mido

Mido

Adriano

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ve ne vengono in mente altri?

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La fabbrica dei bidoni

Quando si parla di bidoni a chiunque vengono in mente le delusioni più grandi del proprio universo calcistico.

Finte promesse, meteore, giocatori prossimi alla pensione. Il pallone nostrano è pieno di storie improbabili e senza lieto fine.

C’è chi fa finta di non ricordare quelli che hanno vestito la casacca della propria squadra:

“Chi? Josè Mari? Mai sentito”.

Chi cerca, invece, di addolcire la storia del giocatore che ha infranto le sue aspettative:

Juan Eduardo Esnaider alla fine il suo alla Juventus lo ha dato”.

C’è chi, poi, nasconde il flop sotto fantomatiche teorie economiche, allo scopo di nascondere il buco nell’acqua:

“In realtà abbiamo preso Vanden Borre perchè gli sponsor hanno investito parecchi soldi, lo abbiamo tenuto un anno in cui il tasso di interesse sul precedente investimento è aumentato per poi girarlo alla prima squadra che passava, in modo da creare un surplus di debito che poi…”.

Ma in Italia c’è una razza di tifosi a cui questi ragionamenti non sono permessi. Un tifoso sospeso tra le gioie del passato recente e remoto che non può nascondersi dietro giustificazioni. Il tifoso della squadra che senza ombra di dubbio può ritenersi la più grande calamita per bidoni del calcio italiano… L’interista.

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Nato sotto una stella malaugurata, abituato come pochi alla sofferenza e alla abnegazione il tifoso interista non proverà mai a cercare scuse su un flop, apparirebbe fuori luogo, improprio, eccessivamente falso. No, il tifoso interista guarda con occhio languido e non si lamenta, porta con orgoglio il peso dei bidoni, nel suo cuore chi ha indossato la maglia nero azzurra senza lasciare traccia ha un posto accanto al triplete, a Ronaldo e al 5 maggio.

Cercare di riassumere i peggiori affari del ventennio morattiano non è impresa facile. Troppi nomi, troppi miliardi, troppi scambi. Quella che proponiamo è una formazione simbolo, un omaggio a quei tifosi tenaci e mai arrendevoli. Ci sono altri nomi, altre storie, altre maglie da ricordare, ma il mio spazio ed il mio tempo sono limitati:

15- Fabian Carini: La Juventus lo acquista dopo averlo visto in nazionale, lo valuta e lo impacchetta, direzione Milano. Arriva nella stagione 2004/2005 chiamato a difendere la porta nero azzurra. Infilerà i guantoni solamente in 4 occasioni.

Arriva con la formula dello scambio secco, ai torinesi vengono concesse le prestazioni del futuro pallone d’oro Fabio Cannavaro.

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31- Nelson Vivas: Terzino argentino tutto cuore e tacchetti. Arriva alla corte di Hector Cuper nel 2001 dall’Arsenal, ma non convincerà mai l’allenatore e collezionerà solamente 19 presenze. Nel 2003 verrà ceduto al River Plate.

24- Vratislav Gresko: Meglio noto come “l’eroe del 5 maggio”. Lo slovacco viene preso su suggerimento di Marco Tardelli nell’ottobre del 2000, che vedendolo in Under-21 lo scambiò per uno dei tanti eredi di Roberto Carlos. In realtà con il brasiliano non aveva nulla a che fare.

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Per lui Moratti caccia dal portafoglio 14 Miliardi di vecchie lire.

 

16- Gonzalo Sorondo: Preso nel 2001 per sostituire Blanc, in un biennio farà appena 11 presenze. A Milano arriva dopo aver stupito il mondo con la maglia della nazionale uruguayana. “Possente e veloce” dicevano, “ha fermato Romario”. Gli esordi con i neroazzurri non vanno però bene. Debutta con la Roma dove appare tutt’altro che rapido. Farà parlare di se soprattutto per un grande assist servito a Gautieri del Piacenza.

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Per assicurarsi le prestazioni di quello che veniva definito l’erede di Montero (mah!), l’Inter ha dovuto battere la concorrenza del Real Madrid investendo 18 Miliardi.

17- Cyril Domoraud: All’inter nel ’99. Centrale ivoriano con passaporto francese, acquistato per formare una linea difensiva rocciosa insieme a Blanc. Lippi disse “Domoraud arriva all’Inter e lo faccio diventare giocatore”. Promessa non mantenuta. 6 le anonime presenze con i biscioni. Resta da capire il motivo per cui è stato scelto, una leggenda narra che un Luciano Moggi in versione burlone, vedendo un dirigente dell’inter allo stadio del Marsiglia si sia messo ad urlare elogi in favore del buon Cyril, convincendo la squadra milanese a fare la sua offerta.

Altri 8 miliardi buttati al vento.

31- Francisco Farinòs: Cuper se lo portò dietro dalla fortunata esperienza con il Valencia. Nell’inter non si dimostra però l’illuminante faro di centrocampo apparso in patria. Per lui tre stagioni alla corte di Moratti intervallate da un anno in prestito al Villareal, condite da 49 presenze e due gol. Commovente quando è costretto a vestire i panni di Toldo in un famoso Valencia- Inter.

Non proprio quello che ci si aspettava da un giocatore pagato 36 Miliardi.

25- Vampeta: Uno dei tanti acquisti sbagliati su suggerimento del fenomeno Ronaldo, che lo consiglia ricordandosi dei bei tempi in cui condividevano lo spogliatoio del PSV. Moratti lo compra dopo averlo visto all’opera in nazionale. Una sola presenza per quello che doveva avere in mano le chiavi del centrocampo di Lippi. Celebri le sue interviste in cui accusò il patron dell’Inter di non capire nulla di calcio. A gennaio verrà mandato in prestito all’ombra della Tour Eiffel, ma non brillerà neanche a Parigi.

Altro folle investimento senza giustificazioni, 15 Milioni di dollari (30 miliardi).

 

77- Ricardo Quaresma: Recentissimo e roboante flop targato interamente Josè Mourinho. Il portoghese volle a tutti costi la ciliegina sulla torta e insistè per averlo a scorrazzare sulla fascia del Meazza. Il trivela si rivela un buco nell’acqua. Per lui 24 presenze in 2 anni ed un solo gol ( più un autogol di Mascara che un gol in realtà). Impacciato, lento ed incapace di saltare l’uomo fallirà anche una breve esperienza in premier con la maglia del Chelsea, prima di partire per trovare una discreta fortuna nel campionato turco.

Per le sue straordinarie prestazioni l’Inter ha versato nelle casse del Porto 18,6 Milioni di euro più la comproprietà del giovane Pelè (valore 6 Milioni).

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7- Andy van der Meyde: Scegliamo lui piuttosto che Solari o Luciano per una questione di cartellino. Farà parte dell’armata di Cuper a partire dal 2003. Sembrava dovesse essere l’ala più forte d’Europa, ce lo ricordiamo per qualche rabona e per l’unico gol in champions contro l’Arsenal, oltre che per qualche voce che lo vede coinvolto in affari di droga.

Investimento da 6 milioni di euro

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7 Bis- Robbie Keane: L’irlandese arrivò in Italia nella stagione 2000/2001. Poco più cheventenne può essere considerato un doppio errore per la squadra neroazzurra che lo prende a tanto e lo vende a poco, prima di vederlo esplodere in premier. Tardelli gli tarpa le ali e lo relega in tribuna preferendogli Hakan Sukur e Recoba. Nonostante un trofeo Tim giocato da gioiellino prezioso ed un super gol in supercoppa italiana, la sua carriera nel nostro campionato si chiude a dicembre con 6 presenze e 0 gol.

Pagato 31 miliardi la storia ci racconta che Keane esploderà con le maglie di Leeds e Tottenham.

9- Sebastian Rambert: primo acquisto dell’era Moratti è divenuto famoso più che altro perchè presentato insieme ad un giovane terzino con poche speranze di nome Javier Zanetti. Definito attaccante poco prolifico, ma fantasioso aveva estimatori in tutta Italia, ma fu la volpe di Moratti ad anticipare tutti e assicurarsene le prestazioni. Dicevano esultasse in un modo davvero divertente, peccato che i tifosi non hanno avuto modo di vederlo. 0 gol e 0 presenze.

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I primi, vecchi e dolorosi 4,2 miliardi… Chissà quanta nostalgia!

 

Amarcord

 

Ci sono dei calciatori speciali, campioni senza possibilità di smentita che fanno grandi le squadre dove giocano.

Michel Platini, El Diez, Marco Van Basten… eletti che non potevano in alcun modo scivolare nella banalità.

Non avevano bisogno della giusta squadra per girare al meglio, loro erano il supplemento, la classica ciliegina che arricchiva il tutto.

 

Ci sono poi calciatori che si completano. Sono speciali anche loro, ma solo in coppia. Capita che si ritrovino nella stessa squadra e che, per una oscura coincidenza, riescano a rendere al meglio solo vicini al compagno.

Mi vengono in mente Pulici e Graziani, Burgnich e Facchetti, Rui Costa e Batistuta… ottimi giocatori che riuscivano a diventare fantastici se schierati vicini. Spesso i loro nomi vengono pronunciati uniti, inseparabili anche all’anagrafe.

 

Ci sono poi ragazzi che crescono insieme. Corrono dietro lo stesso pallone e magari prendono strade diverse, per poi ritrovarsi sul medesimo campetto di periferia. Meno capelli, meno speranze, ma sicuramente più bicchieri da smaltire. La palla è sempre quella, non è cambiata affatto; magari è solo un po’ più veloce rispetto a qualche anno fa. Giochi perché il calcio ti piace e soprattutto perché le occasioni per passare del tempo assieme sono sempre meno. A volte ti rendi conto che più gli anni passano, più l’esperienza deve prendere il posto del fiato. Ti convinci di poter fermare quelli di dieci anni più giovani grazie all’intelligenza tattica acquisita negli anni. E gli altri te lo lasciano credere.

Ci sono dei momenti però, in cui credi di essere speciale anche tu. Accanto hai l’amico di sempre, quello che sa come giochi e soprattutto cosa bevi. Quello che lo guardi negli occhi e senza dire una parola gli fai capire che deve correre, che tu quella palla, in quel preciso istante, gliela metterai sul sinistro. Lui ricambia lo sguardo e sempre, senza proferire parola, ti supplica di non fargli fare quello scatto a vuoto. Ha paura di non farcela e lo capisci; in fondo il fiato è poco e bisogna centellinarlo. Però si fida di te e comincia a correre. Si libera del marcatore e tu colpisci la palla al meglio che puoi. Si ferma sul piede, la stoppa e poi fa quella finta che tu conosci bene ma che quel ragazzino non può comprendere. Sterza a sinistra col corpo lasciando la sfera indietro e poi, proprio quando l’avversario è convinto di poterla prendere, da un colpetto sotto la palla e questa è sparita. Continua a correre verso la porta fendendo l’aria con le mani; come se potesse modellarla a suo piacimento per evitare l’attrito. Il sinistro arriva debole ma preciso. Il portiere nemmeno ci prova… gol. A centrocampo ci si da il “5” e si continua, aspettando il momento giusto per riprovarci, se mai arriverà.

 

Ci sono infine delle circostanze bastarde. A volte si smette di giocare insieme ed altre si smette e basta.

A volte pensi di aver continuato a prendere a calci un pallone, solo perché chi avevi accanto t’avrebbe seguito, poi, anche fuori dal campo. A volte invece ti dici che continuerai a farlo da solo. Ti guarderai a sinistra e non riconoscerai quegli occhi tristi come i tuoi. Abbasserai lo sguardo e la passerai al giocatore più vicino.

Forse non è più tempo per i lanci lunghi.

 

 

La leggenda del Bombardiere Nero

Da bidone del calcio a fenomeno letterario

Correva l’anno 1983. Il Milan di Ilario Castagner si apprestava a far tornare a sognare i tifosi dopo un anno di purgatorio in serie B, i rossoneri capitanati da Franco Baresi partono però con gli sfavori dei pronostici. Per sopperire al gap che separava i diavoli dai più convincenti cugini nero-azzurri, Giuseppe Farina decise di regalare al suo allenatore un fenomeno. Il mercato italiano offriva però poche prospettive, quello estero era un azzardo: i talent scout non ancora erano stati inventati, i vhs erano una innovazione demoniaca e quello che si sapeva dei giocatori stranieri era avvolto da un mistico alone di mistero e incertezza. Il coraggioso imprenditore scelse comunque di fare un salto nel buio.

Il suo tecnico gli chiese espressamente un attaccante di peso, essendo quella casella rimasta vuota per la partenza dello “squalo” Jordan. Un gigante d’area col fiuto del gol e la forza di un bue, bravo nei colpi di testa e a concludere la azione. La scelta ricadde sul giamaicano Luther Blisset, punta in forza al Wattford, fresco vincitore del titolo di capocannoniere in first league (moderna premier). Blissett_Milan_83-84 Di lui si diceva fosse un grande attaccante. Vestiva la maglia del club inglese dal 1975, con cui esordì a soli 17 anni. Nelle otto stagioni successive mise a segno 95 reti in 246 partite e fu il protagonista principale della scalata che portò la squadra di Elton John dalla quarta divisione ai vertici del calcio britannico. Possente e dotato di tecnica sopraffina fu uno dei primi giocatori di colore ad essere convocato nella nazionale inglese. I suoi numeri gli regalarono l’appellativo di Bombardiere Nero.

 

Acquisto costosissimo, 2,5 miliardi di vecchie (molto vecchie) lire che il Milan si convinse a versare dopo aver visto il suo nuovo campione all’opera in nazionale contro il Lussemburgo, debutto assoluto per la punta e tripletta da incorniciare. Tutto lasciava presagire un lieto fine quando Luther sbarcò in Italia e in una delle sue prime interviste dichiarò “Platini ha segnato 18 gol. Milan, io ne farò di più! diventerò l’idolo dei giovani”. Il Bombardiere Nero. Il bomber. Luther Blisset…

Ma le leggende, si sa, hanno sempre un fondo di verità ed uno spesso strato di menzogna e fantasia. Con i rossoneri, infatti, la media realizzativa della punta scese a livelli imbarazzanti. 5 gol in 30 partite, di cui uno contro l’Udinese abbellito dal cranio spaccato contro il palo. Più che altro i tifosi milanesi se lo ricorderanno per gli sciagurati errori sotto porta, gli imbarazzanti stop di stinco e per un rigore calciato in coppa Italia direttamente in tribuna. Solo dopo l’acquisto venne fuori la vera faccia del bombardiere nero, meglio conosciuto in patria come Luther “Missit” (letteralmente Luther Sbaglialo).

Giocatore fantozziano ed elefantiaco, in Italia acquisì, grazie alla fantasia di Gianni Brera, un nuovo soprannome, Luther Callonisset, con un chiaro rimando allo “sciagurato” Calloni, ex attaccante del Milan e vera  e propria enciclopedia del “questo lo segnavo pure io”. L’ambiente di milanello provò in ogni modo a fargli voltare pagina, quasi commovente il tentativo di Farina, che gli scrisse una lettera passata poi agli annali all’interno di cui possiamo leggere: “Mio caro Lutero, quando ti vedo sbagliare a due metri dalla porta, mi sembra di sognare”.

Come spesso accade al vero BIDONE ALL’ITALIANA si sono cercate giustificazioni da ogni fronte per comprendere la deludente annata. Ovviamente viste le origini le voci più insistenti parlavano di un uomo troppo impegnato nei dopo-partita per giocare bene, ma Blisset non accettò mai queste illazioni dichiarando: “sono un giamaicano atipico, non bevo, non mi drogo e non vado a donne”. Il calciatore preferì imputare al clima frigido del nuovo club le colpe dei suoi errori. Il presidente ammise in una intervista di averlo preso su suggerimento di un giardiniere di Londra, ma la trincea più sicura dietro cui si riparò la dirigenza fu lo scambio di persona. Sussurri disordinati raccontano infatti che il Milan era interessato all’altro attaccante di colore del Watford, John Barnes, che poi ebbe una discreta carriera con la maglia di Liverpool.

Il bombardiere a salve salutò l’Italia nell’estate dell’84, dopo una sola pietosa e deludente stagione contornata da due miliardi e mezzo di rimpianti. Tornò in Inghilterra dove girò diversi club prima di ritirarsi e provare la carriera dell’allenatore, senza grandi successi. Ora gestisce una scuderia automobilistica e sogna di correre la ventiquattro ore di Le mans.

Ma la storia racconta che il suo nome non si spense nel bel paese nel roboante rumore dei goal sbagliati. Negli anni a seguire (probabilmente a sua completa insaputa), nacque il Luther Blisset Project, un movimento di lotta contro i mass-media. Lo scopo era quello di abbattere il sistema capitalistico sempre più opprimente tramite la diffusione di articoli di protesta e di bufale giornalistiche. Ognuno scriveva ciò che voleva e lo firmava Luther Blisset. Un collettivo che scelse di adottare il suo nome perchè “Luther Blisset era il vero nemico del capitale, il giocatore che distruggeva ogni prodotto, la mina vagante e rivoluzionaria del sistema capitalistico calcistico”. Ebbero anche qualche successo.

Attaccante scadente, allenatore fallito, capo di una scuderia sconosciuta, un uomo che si è riciclato più volte senza mai trovare la sua dimensione, questo è Luther Blisset, e chissà cosa ha in serbo per lui il destino, noi saremo ancora qui, impazienti, ad aspettare di nuovo il suo nome, pronti con la penna in mano ed il fiato sospeso, per sapere come andrà a finire la Leggenda del Bombardiere Nero.

La classe del ’92

 

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Se cresci a Manchester, l’unico modo per uscirne vivo è fare il calciatore o mettere su una band. Il resto è una vita di merda.

Quando la pioggia è l’unica certezza, ti rinchiudi in uno scantinato a suonare (e magari diventi i Joy Division o gli Stone Roses), oppure rincorri un pallone coprendoti di fango.

Se scegli la seconda opzione però devi assecondare chi è venuto prima di te. Si perché se papà era un Citizens, allora sogni di vestire d’azzurro. Ma se il tuo vecchio ha fatto un patto col diavolo, beh ti tocca seguire la dannazione dei Red Devils.

Può capitare, ma è una caso rarissimo, che tuo padre sia un tifoso del City, ma che contemporaneamente sia anche un grandissimo imbecille, che lascia te e tua madre a giorni alterni. Per disperazione rinneghi il suo cognome (che per la cronaca era Wilson) e la sua squadra (che sempre per la cronaca era il Manchester City). Scegli anche la nazionalità di tua madre; tu che sei nato a Cardiff, ma vivi da sempre nella “Repubblica Mancuniana”, solo per far incazzare il tuo vecchio.

Poi però viene a vederti giocare un emissario degli Sky Blues e ti mette nelle giovanili della squadra della tua città…la squadra sbagliata.

Per tua fortuna a quelle partite c’era anche un altro signore. Un uomo baciato dai doni dell’intuizione e della perseveranza. Viene dalla Scozia e non potrebbe essere altrimenti con quella faccia. È riuscito a vincere di tutto in patria interrompendo il predominio delle squadre di Glasgow. Ah già diventerà Sir, ma per il momento è solo “IL PADRINO”.

 

Alex Ferguson sa di cosa ha bisogno il suo Manchester United per tornare ad essere quello vincente dei favolosi ’60; ragazzi del posto pronti a tutto pur di onorare quella maglia.

Poi ci vuole anche la classe e quella l’ha trovata in un ragazzino mezzo gallese, che sta per commettere l’errore più grande della sua vita; andando a firmare da professionista per i rivali di sempre. Ormai non può più intercettarlo sul campo d’allenamento, diciamo che lì non è proprio ben voluto, allora cala il colpo ad effetto. Il gesto teatrale per eccellenza… si fa trovare a casa sua dopo gli allenamenti.

Lo riceve la madre, che gli offre una tazza di tè e lo fa accomodare in salotto. Il ragazzo torna dal campo ed immaginate la sua faccia quando si ritrova l’allenatore della squadra del cuore seduto su una poltrona di casa sua, a chiacchierare amabilmente con la madre.

“IL PADRINO” non deve nemmeno insistere più di tanto, come in un sogno, il ragazzo firma per i rossi.

Ryan Joseph Wilson sarà il primo dei Fergie’s Fledglings, pardon… Ryan Joseph Giggs.

 

La covata del ’92, così veniva chiamata, è frutto di una delle più incredibili operazioni di scouting di tutti i tempi. Giocatori tutti provenienti da Manchester o zone limitrofe (tranne un londinese), che faranno grande la squadra della propria città per più di dieci anni.

Alex Ferguson li scova uno ad uno e li seleziona personalmente… Nicky Butt, Gary Neville, Phil Neville, Paul Scholes, Ryan Giggs ed il londinese David Beckham.

Questa sarà l’ossatura della squadra più temibile degli anni ’90 e Fergie, saprà portarla in cima al mondo, ma prima l’Europa…

ed ancora…

È proprio vero che crescere a Manchester può essere proprio una merda…

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BIDONI ALL’ITALIANA

Mio fratello è figlio Unico

La commovente storia di un numero 10 incompreso

 

Il calcio è considerato da molti il gioco più bello del mondo. Poche regole, tanto spettacolo.

Un mondo aperto a tutti.

Il calcio può essere molte cose. Ragione di vita, passione, divertimento, ma anche sacrificio, amarezza e, a volte, maledizione: squadre che non riescono a battere altre squadre, allenatori che lanciano malocchi (chiedete al Benfica per informazioni), attaccanti che non riescono a segnare ad alcuni portieri.

Il calcio, un mondo fatto di stelle, stelline, meteore e segnato dalla cabala.

Uno degli anatemi più forti che sembrano essere legati a questo sport è curiosamente intrecciato al nome di chi lo ha espresso al meglio: Diego Armando Maradona.

Per la maggior parte degli appassionati il miglior giocatore della storia.

Il suo nome è impresso nel firmamento del pallone, ed è il più luminoso, il più appariscente, ornato da quel velo di sregolatezza che tanto piace ai tifosi e che lo rende umano a chi lo considera un dio.

Ma quel nome così luminoso, appariscente, sregolato, sembra essere circondato da un alone di sfortuna. Nonostante i molti tentativi, infatti, nessuno tra eredi e parenti del pibe de oro è mai riuscito a esplodere.

Come dimenticarsi di Diego Sinagra, figlio illegittimo dell’argentino, incapace di seguire il mentore Ciccio Graziani in diretta televisiva in un reality show, la cui triste carriera si è spenta sui campi di beach soccer.

I tanti fans di Maradona saranno però ancora più addolorati nel ricordare la storia di Hugo Hernan, detto “Il turco”, fratello di Diego ed ex calciatore dell’Ascoli.

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Nato nel 1969 il piccolo Maradona ha tutte le caratteristiche per essere considerato un fantastico raccomandato.

Ma andiamo con ordine.

È il 1987. Il Napoli ha appena portato a casa il primo scudetto, l’Argentina la seconda coppa del mondo ed entrambi i trofei portano la firma del loro numero 10.

Raccogliendo testimonianze nel mondo che circonda il suo pupillo, Ferlaino viene a sapere che ha un fratello altrettanto bravo.

Dei figli la madre dice ” Per me sono uguali, solo che uno è mancino, l’altro calcia di destro”.

Sicuramente incuriosita dal possibile colpo la società partenopea si interessa al giocatore.

Indagando nella sua carriera scopre che è cresciuto nell’ Argentinos Junior, che aveva vestito la camiseta dell’Argentina under 16 e che ai mondiali di categoria nel 1985, contro il Congo, sfoderò una prestazione tale da far ammettere al fratellone “sarà più forte di me”: due gol, uno spettacolare su punizione.

Il Napoli si innamora di un altro Maradona e lo acquista.

I più Maliziosi tendono ad accettare un’altra versione dei fatti: all’indomani dei successi in Italia e in Messico il più forte giocatore al mondo avrebbe minacciato i vertici campani, una sorta di “prendetelo o me ne vado” a cui la dirigenza non si è potuta tirare indietro.

A quei tempi le squadre italiane potevano tesserare due soli stranieri. I freschi campioni d’Italia vantavano già Careca e Maradona Senior nelle loro file, il neo-acquisto ha quindi il tempo di maturare in una “piccola”.

Dopo i rifiuti di Pisa e Pescara al giovane argentino si aprono le porte dell’Ascoli di Ilario Castagner, una parentesi che, a parole, sembra essere tutta in discesa. L’allenatore dirà infatti di lui “possiede un ottimo controllo di palla che gli permette dribbling strettissimi e rapidi. Arriva in area in ottime condizioni per il tiro a rete. Sa dare bene anche la palla ai compagni, passaggi millimetrici e smarcanti. E non è male nemmeno il tiro: secco e preciso”.

Nei fatti però parte dalla panchina. Debutta alla prima di campionato a venti minuti dalla fine, senza lasciare traccia. Seguono nuove panchine e solo a metà ottobre viene schierato dal primo minuto, avversario l’Empoli e sulle spalle il numero 10 del fratello. Ma non onora la maglia e dopo un altro paio di occasioni finisce nel dimenticatoio.

La carriera italiana di Hugo Hernan Maradona si chiude con sole 13 presenze, senza acuti di cui tre sole dal primo minuto.

Perde il treno della serie A e nei dieci anni successivi vestirà le maglie di Vallo Ralleycano, Rapid Vienna e Deportivo Italia (in Venezuela), prima di sbarcare in Giappone, dove diventerà l’idolo dei tifosi dell’Avispa Fukoka.

La storia racconta che appende gli scarpini al chiodo a soli 28 anni, facendosi rimpiangere da pochi tifosi e nessun allenatore.

Il firmamento del calcio, come dicevamo, è pieno di oggetti luminosi, alcuni brillano per un momento, altri per anni, altri ancora sono opachi, Hugo Hernan Maradona è stato più che altro un buco nero.

Calciatori guccinizzati

Con tutta probabilità l’autore ne prova un imbarazzo sconfinato, ma un vecchio inno del Modena Calcio è stato scritto dallo sfegatato tifoso della Pistoiese  Francesco Guccini.   Il titolo della vergogna è “Canarino va”, eseguita dall’Equipe 84. Per motivi di ordine pubblico saranno evitati link di rimando (sì, esistono persone che l’hanno inserita su Youtube).

Lasciando da parte le conseguenze degli eccessi etilici nelle notti modenesi, il cantautore pavanese ha sempre avuto ben poco da spartire con “le futilità pettegole sui calciatori miliardari”. Eppure, scavando a fondo (ma molto a fondo), il mondo del calcio può vantare alcuni  personaggi accostabili a dei contenuti “gucciniani”.

 

Sait Altınordu

Difensore classe 1912, nato ad Istambul, milita per 27 anni nell’Altinordu, dalle giovanili fino al ritiro a 41 anni. Vanta il maggior numero di presenze con la stessa maglia nella storia del calcio mondiale.
847 partite. 847 ingressi in campo e triplici fischi finali, lì, all’inizio del secolo scorso nei bassifondi della cadetteria turca, con gli stessi colori sociali per una vita intera.
Difficile trovare un senso di appartenenza più “radicato” del suo.

“Ma che senso esiste in ciò che è nato dentro ai muri tuoi,
tutto è morto e nessuno ha mai saputo
o solamente non ha senso chiedersi,
io più mi chiedo e meno ho conosciuto”

Radici

 

 Ezio Vendrame

Negli anni ’70 il calcio italiano conosce il personaggio che incarna l’anticonformismo per antonomasia; mezz’ala dal piede morbido, look trasandato e comportamenti in campo e fuori decisamente sopra le righe, Vendrame narrerà le proprie vicissitudini pubblicando libri autobiografici come “Se mi mandi in tribuna godo“.
Non gioverà mai dei grandi riconoscimenti a seguito dei successi sportivi, accontentandosi dell’amicizia con Piero Ciampi e di aver fatto saltare accordi su partite già combinate.

Mi dicevano il matto perché prendevo la vita
da giullare, da pazzo, con un’ allegria infinita.
D’ altra parte è assai meglio, dentro questa tragedia,
ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia

Il Matto

 

Dida

2007. Il Milan, campione d’Europa in carica, affronta il Celtic nel ritorno della fase a gironi. Nei minuti di recupero gli scozzesi realizzano la rete del 2-1: una telecamera rimane con l’inquadratura sull’area di rigore rossonera dove lo sconsolato portiere brasiliano passeggia mestamente, sommerso dal boato del Celtic Park.
Poi succede questo.
Che dire. La simulazione più grottesca, patetica ed inutile della storia del calcio.
Roba da far impallidire il Venerabile Maestro Pippo Inzaghi.

Ma che cos’è che ci fa fare del cinema?
Forse questa depressione o l’ istinto di conservazione.
Noi, si va a fare del cinema,
quando vivere è un problema rifacciamo da capo la scena

Dovevo fare del cinema